Forum Alternativo Mondiale dell'Acqua

Le Nazioni Unite hanno di recente dichiarato il 2013 “Anno internazionale della cooperazione nell’ambito dell’acqua”. Quelli tra noi che combattono la privatizzazione mascherata dai “partenariati” e la deregolamentazione sostenuta come “sviluppo durevole delle imprese”, sono ovviamente scettici.

Ogni discorso su soluzioni durature della crisi dell’acqua è privo di senso finché i politici non ammetteranno la necessità di una rifondazione del modello economico neoliberista dell’accaparramento e dell’inquinamento dell’acqua. Modello ben definito da David Harvey qualificando il neoliberismo come la strategia dell’”accumulazione tramite esproprio”.

Nel giugno 2010 la Risoluzione sul diritto umano all’acqua, adottata dall’Assemblea generale dell’ONU, ha rappresentato un’importante vittoria del movimento per la giustizia dell’acqua. I gruppi e comunità impegnati da decenni nella campagna per il diritto umano all’acqua sono ora impazienti di vederlo attuato in modo da garantire una distribuzione equa e duratura dell’acqua.

In questi ultimi anni le imprese impegnate nei conflitti per l’acqua hanno fatto di tutto in seno alle istanze internazionali per stabilire le regole, impadronendosi dei contenuti e autoproclamandosi alfieri del diritto umano all’acqua.

Il diritto umano all’acqua è da tempo la parola d’ordine unificante delle nostre lotte locali contro l’accumulazione della ricchezza tramite la confisca dei diritti collettivi all’acqua. Le migliaia di manifestanti nelle strade del Perù nel febbraio 2012 che si opponevano alle grandi opere minerarie straniere, hanno sfilato nella “Grande Marcia Nazionale per l’Acqua” sotto la bandiera del diritto umano all’acqua. In Europa, all’interno di una campagna per il diritto umano all’acqua[1] si moltiplicano gli appelli a porre fine alle misure di austerità della UE che obbliga gli Stati  a privatizzare l’acqua e i servizi igienico-sanitari. In India, gli abitanti del villaggio di Plachimada hanno posto in primo piano il diritto all’acqua nella loro battaglia legale contro la Coca Cola accusata di supersfruttamento delle nappe freatiche già impoverite nella regione.

Nel corso degli ultimi decenni, le banche regionali per lo sviluppo, le IFI (istituzioni finanziarie internazionali) e gli accordi commerciali hanno purtroppo concesso alle imprese il diritto del più forte in questi conflitti. In tempi di crisi finanziaria, le  IFI hanno usato i prestiti per far saltare le chiusure dei mercati e aprirli alle grandi multinazionali pretendendo enormi rendimenti per i loro investimenti nei servizi di base. Benchè le risorse idriche si stiano riducendo, le multinazionali esercitano forti pressioni per la messa in atto di disposizioni che assicurino loro l’accesso alle riserve limitate di acqua. Strategie che sono state imposte agli Stati sotto forma di programmi d’aggiustamento strutturale,  di leggi a tutela degli investimenti e di meccanismi di composizione delle controversie commerciali che proteggono gli interessi delle imprese e forniscono loro gli strumenti per denunce legali degli Stati. Questi ultimi sono ormai legati mani e piedi e non possono attuare interventi ecologici  e sociali.

Rivelatore in proposito è il caso della compagnia mineraria canadese Pacific Rim. Essa ha intentato un processo contro lo Stato del Salvador per aver approvato una legislazione intesa a proteggere l’ambiente e per aver rifiutato di concederle l’autorizzazione allo sfruttamento di una  miniera d’oro  con estrazione tramite cianuro, tecnica che minaccia di avvelenare le risorse idriche del paese.

Le grani imprese sono sempre più in grado di prendere decisioni sull’acqua a livello internazionale tramite organismi pubblico-privati di alto livello quali il CEO Water Mandate (Mandato dei capi d’impresa per l’acqua) dell’ONU, il Water Resources Group, diretto dal presidente di Nestlè Peter Brabeck, il Consiglio mondiale dell’Acqua creato per iniziativa delle multinazionali dell’acqua.

In un contesto del genere, i sostenitori della giustizia dell’acqua sono ovviamente sospettosi quando le imprese si associano in seno alle Nazioni Unite sotto l’egida della “cooperazione dell’acqua”. E lo sono a maggior ragione leggendo il comunicato stampa del gigante spagnolo dell’acqua Agbar che proclama il proprio impegno per l’Anno internazionale di cooperazione nel settore dell’acqua delle Nazioni Unite quando lo stesso è al centro di un’accanita battaglia giudiziaria a Barcellona dove è accusato di pratiche illegali da ONG, Municipalità e soggetti del settore privato.

L’ONU,  permettendo a queste imprese di rientrare nei suoi ranghi sotto le mentite spoglie della “cooperazione” , rimane sorda ai movimenti per il controllo dell’acqua, che aumentano di numero in tutto il mondo. Non abbiamo alcun bisogno che i nostri dirigenti politici continuino a cooperare con le imprese che sono all’origine della crisi mondiale dell’acqua e non possiamo aver fiducia in obiettivi di sviluppo duraturo definiti da un sistema prigioniero delle multinazionali. Abbiamo bisogno di modelli di governo dell’acqua democratici, trasparenti, fondati su principi di equità e giustizia.

L’ONU dovrebbe piuttosto lanciare l’Anno della Giustizia dell’Acqua, iniziativa che darebbe maggior forza ai gruppi impegnati in prima linea in difesa dell’acqua.

Traduzione in italiano di un post sul blog The Broker


[1] Mentre scriviamo, le firme raccolte in Europa per l’ICE – Iniziativa dei Cittadini Europei –  hanno già superato quota 1.000.000. L’ICE chiede alla Commissione UE di garantire il diritto umano all’acqua e porre fine alla liberalizzazione dei servizi idrici.

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